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Diario
 










Perché delegare a persone incompetenti e corrotte il governo del Paese quando possiamo avere a prezzo scontato dei vecchi marmittoni sempre pronti ad ubriacarsi?
 







Noi, cittadini italiani, desideriamo comunicare ai nobilissimi membri della Camera dei Lords che il nostro Paese è pronto a riceverli con tutti gli onori, elargendo ad ognuno di loro una bella provincia italiana. Con questo, rinunciamo alla malfunzionante democrazia rappresentativa della Repubblica italiana e ci stringiamo - fedeli e compatti - attorno a voi, auguste figure, e al vodka-martini che certamente non mancherete di redistribuire in abbondanza al vostro nuovo popolo, istruendoci e facendoci crescere nella vostra illuminata e compassata decadenza.
Campagna per l'abbandono della democrazia rappresentativa
WE WANT THE LORDS IN ITALY

 

 

 

Detto lei
Cresciamo troppo velocemente per stare appresso a noi stessi.
Dada

Detto lei/2
Noi belli. Bellerrimi.
Elleffe
 









23 maggio 2005

Con tutto me stesso.

Ma mo' c'hai rotto er cazzo, torna ar paese...




permalink | inviato da il 23/5/2005 alle 13:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


11 maggio 2005

Sdrucciolevole.

Fa caldo ed è notte. E' sera tardi, più che altro, ma è talmente buio che sembra notte. Saranno le undici. Ci sono solo le luci gialle dei lampioni, quelle verdi e rosse dei semafori. I fari delle auto. Un lampeggiante blu.
Vigili urbani. Solito incrocio fra Mazzini e Angelico, solito incidente fra auto e scooter. Allungo il naso fuori dal finestrino: magari riconosco il mezzo. No, niente. Non è nessuno che conosca. Tiro dritto.
Tiro dritto e mi ricordo che lì ci abitava uno dei miei primi grandi amori. Ero un ragazzino, lei anche più piccola. Una vita fa, insomma. Era tutto discretamente diverso all'epoca. Dopo di noi nessuno avrebbe più giocato per strada: ce lo fecero capire in tutti i modi che il quartiere doveva diventare un pezzo di centro storico ma alla Mole e nelle strade era tutto un campo di calcio, un rincorrersi di bici. Ci ho lasciato chissà quanto sangue su quell'asfalto. Tanto poi la bici se la rubò il Sinti ed il pallone lo portava sempre il tizio con la tenuta completa di Franco Tancredi. Fargli goal, per quanto giocassi libero, era una delle più grandi soddisfazioni della mia vita di allora.
Poi niente, succedono cose che neanche hai il tempo di accorgertene e cambia tutto. prima ti menavi con un tizio perché i maschi si menano, poi lui sta da una parte e tu dall'altra. Questione d'investitura più che di classe, anche perché se è vero che qualche differenza c'era, era molto morbida. Piccola e media borghesia sparsa ovunque, ceti ancora più abbienti verso il fiume. Ma, appunto, stavamo lì. Non è che cambi molto se tu hai un mutuo ventennale e quello ha tre case tra cui un attico su viale Carso. I genitori, poi, non tu. Comunque niente, ti ritrovi che la guerra si fa ancora ma ora è molto, molto più giusta. Prima erano due calci nel cortile di scuola, una presa alla gola davanti al fossato, ora è qualcosa di più. Sì, vabbè, ora non stare ad immaginare chissà che ma dopo un incendio c'era chi girava col ferro nel cassettino della Vespa.
C'era d'aver paura, i cattivi non sapevano chi fosse stato ed ogni testa di buono era un eccellente bersaglio per vendicare. Vendicare solo l'affronto, perché al resto aveva pensato l'assicurazione. Infatti si fecero le blindature coi soldi dei coglioni che pagano l'assicurazione sulla vita e non muoiono mai.
Oddìo, qualcuno è morto ad essere onesto. Non come nei decenni precedenti ma qualcuno le penne le ha lasciate. Dio sa perché. Magari s'era stancato di raccontare sempre le solite cose: e le donne, e la noia, e l'impicci. Ma lui non ce l'aveva un'assicurazione sulla vita e non so se per un suicidio paghino. Ne dubito. Non ricordo se vivesse vicino via Plava o più giù, verso la parrocchia col campo di calcetto sulla circonvallazione. Quella di fronte Edmondo, pe' capisse. Ciò che conta è che era un altro che ci aveva creduto. Aveva creduto a quel mucchio di frottole che ci raccontavamo anche di notte e che - sempre per quello spietato amore d'onestà - qualcosa avevano creato. Solo che lui non era proprio dei *nostri*, era più uno che aveva il fisico e ci dava una mano perché mejo noi de quell'artri. Quando finì tutto - chissà se c'è qualcuno che si accorse del momento esatto in cui finì: io no - ci perdemmo un po' tutti di vista però quelli del cerchio ristretto, quelli che avevano vissuto assieme per anni, tutti i giorni senza vacanze e domeniche, qualcosa ce l'avevamo. Per il resto era il vuoto.
Però, dicevo, anni prima, a cavallo fra quei due momenti della mia vita, c'era stata lei. Era la sorella del mio migliore amico. Due cose patetiche, terribilmente scontate. La categoria del «migliore amico» è una di quelle stronzate che o ti vendono mentre sei incapace di accorgertene o nasce innata; la sorella di questi, poi, è davvero la scelta più imbecille che si possa fare. Ma non lo sapevo, non ancora. Fa parte di quegli insegnamenti che impari quando non servono più.
Un giorno eravamo a casa del padre. Non vi dico dove sennò rosicate. Però era una palazzina tutta intera, con lo studio del padre e l'appartamento della nonna al piano terra e al primo la casa del padre, che era ovviamente divorziato dalla madre. Fra simili ci si trova sempre.
Beh, eravamo lì ed io ero un po' imbarazzato. Parlavamo tantissimo, era bello. Poi lei s'è tirata su l'eterno maglione girocollo blu marina e mi ha mostrato il petto. Due seni piccolissimi e bellissimi, la pelle ambrata come quella del viso. Dio, era una sorta di dea mediterranea, con dei fianchi meravigliosi. Ed era bella, bella in quella sua virginale esposizione. Eppoi vergine ero anch'io.
No, solo io. Perché se nessuno dell'esercito di quanti le battevano i pezzi avevano mai visto più delle mani e del viso che stavano sopra il suo Sì truccato, qualcuno nuda l'aveva vista. Parenti stretti, strettissimi, due. Che in occasioni diverse l'avevano violentata. Me lo disse lì, così, come a dirmi che più di quelle tette non avrei visto in quella occasione. Mi pregò anche di non dir nulla al fratello altrimenti scoppiava una tragedia. Io ero sconvolto. Non era possibile, non era giusto. Era disumano. Imparai lì, una volta per tutte, che il mondo delle donne è molto più grande e pericoloso di quello degli uomini.
Poi, cogliona lei che non voleva sistemare la faccenda. Siete meridionali, e va anche bene l'omertà, ma una bella faida familiare ci sta tutta. Almeno un calcio sui coglioni dell'unico ancora vivo fra i due. Ma neanche la seconda tipa con cui son stato, che era stata violentata dallo zio, si vendicò mai. Si vendicarono entrambe su loro stesse: una usando droghe sempre più strane e l'altra facendo una vita di merda.
Non la sto a menare ancora per tanto ma con lei finì subito e poi scazzai anche con suo fratello, per altri motivi. Lui non seppe mai nulla e neanche voi, in definitiva, sapete niente di quella storia. Per strada non potreste mai dire che è lei, anche perché non so neanche se la riconoscerei io stesso. Il segreto è tenuto, il patto è salvo.
Di lì a qualche anno finì tutto, tutto quanto. La baiaffa di uno, il coltello nei dottori dell'altro, il tipo di borgata che porta un fascio di rose di legno, ben levigate. Tonde alla impugnatura, spigolose in testa. Le ronde, le cene in birreria o in trattoria, le giornate che duravano una settimana intera prima di toccare un materasso per qualche ora. Poi cominciò lo smotttamento.
Avrei voluto usare il termine «sdrucciolevole» in questa cosa perché a te piaceva tanto dirlo, ed era divertente come il modo in cui pronunciavi le T, ma non ho trovato il modo per cui lo uso come titolo.
Fu un vero smottamento, una frana, una valanga. Tutto il mondo che conoscevo, quel mondo di relazioni e comportamenti, scomparì. E non sono ancora riuscito a capire come. Il perché, diciamo che lo attribuisco al naturale passare del tempo.
Ci fu quel vuoto che dicevo, e qualcuno si perse in se stesso o in altre cazzate. Noi giocavamo per strada e per strada non c'era più nessuno: i ragazzini si davano alla Playstation. Mica solo loro, eh, anche i coetanei molluschi che non avevano mai vissuto e che non avevano un cazzo di quella fratellanza che noi avevamo costruito.
Poi boh, oggi non mi ricordo nient'altro. Però è un po' come tu fossi qui, anche oggi che è il compleanno di Maurizio. Fa trent'anni. E non c'è niente di tutto quello che c'era se non noi.




permalink | inviato da il 11/5/2005 alle 12:44 | Versione per la stampa


9 maggio 2005

La grande ruota.



[...] E di che cosa potresti aver paura?
Di me?
Non sono tuo nemico. Ti amo.
E non c'è nessun altro che possa farti del male.
Non temere. Sono qui. Ti proteggo.
Eppure soffro anch'io.
Le lacrime - grosse gocce di pioggia - mi scorrono sul viso. La notte mi offusca. La luna mi rischiara. Le nubi mi coprono. Il vento mi squarcia. Ho per te una specie di tenerezza. Ogni tanto mi succede. Molto raramente.
Perché per te? Non ne ho idea.
Voglio seguirti lontano, ovunque, a lungo.
Voglio vederti soffrire ancora di più.
Voglio che tu ne abbia abbastanza del resto.
Voglio che tu venga a implorarmi di prenderti.
Voglio che mi desideri. Che tu abbia voglia di me, che mi ami, che mi chiami.
Allora ti prenderò fra le braccia, ti stringerò forte al petto, sarai il mio bambino, il mio amante, il mio amore.
Ti porterò via.
Avevi paura di nascere, e ora hai paura di morire.
Hai paura di tutto.
Non bisogna aver paura.
C'è semplicemente una grande ruota che gira. Si chiama Eternità.
Sono io che faccio girare la grande ruota.
Non devi avere paura di me.
E neanche della grande ruota.
L'unica cosa che può fare paura, che può fare male è la vita, e quella la conosci già.

da La vendetta, di Agota Kristof, Einaudi




permalink | inviato da il 9/5/2005 alle 7:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (38) | Versione per la stampa

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