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Diario
 










Perché delegare a persone incompetenti e corrotte il governo del Paese quando possiamo avere a prezzo scontato dei vecchi marmittoni sempre pronti ad ubriacarsi?
 







Noi, cittadini italiani, desideriamo comunicare ai nobilissimi membri della Camera dei Lords che il nostro Paese è pronto a riceverli con tutti gli onori, elargendo ad ognuno di loro una bella provincia italiana. Con questo, rinunciamo alla malfunzionante democrazia rappresentativa della Repubblica italiana e ci stringiamo - fedeli e compatti - attorno a voi, auguste figure, e al vodka-martini che certamente non mancherete di redistribuire in abbondanza al vostro nuovo popolo, istruendoci e facendoci crescere nella vostra illuminata e compassata decadenza.
Campagna per l'abbandono della democrazia rappresentativa
WE WANT THE LORDS IN ITALY

 

 

 

Detto lei
Cresciamo troppo velocemente per stare appresso a noi stessi.
Dada

Detto lei/2
Noi belli. Bellerrimi.
Elleffe
 









5 giugno 2005

Serrata.

I padroni non scioperano, fanno le serrate. Dimissionano di fatto la forza lavoro, ne piegano l'autonomia con la conseguente e drastica riduzione del salario, fanno rientrare il dissenso con il potere ricattatorio del denaro. Sto ancora preparando un articolo per Imprimatur, la rivista dei «Disertori della vanga», sul tema del lavoro salariato, dipendente o fint'autonomo che sia, e del suo superamento. Sarà pubblicato lì e non qui.
Considerato che accanto al mio nome si leggerà «imprenditore» su diversi documenti della Repubblica italiana, ciò che sto operando è una serrata. Se non ricordo male nel nostro Paese è considerato un reato. Magari lo sto solo immaginando, ma mi par proprio di ricordare così. Non sarebbe la prima volta che contravvengo ad una legge ma, se preferite, posso dichiarar bancarotta. L'Ourfavoriteshop abbassa la saracinesca. Il fatto è banalmente questo.

Sometimes, I feel I gotta get away...
Bells chime, I know I gotta get away...
And I know if I don't, I'll go out of my mind.
Better leave her behind with the kids, they're alright.
The kids are alright!

Mille le ragioni e non ne citerò che qualcuna. Intanto, la più importante, la noia. Mi son proprio rotto il cazzo di scrivere. Cioè, di scriver qui. Sto scrivendo, oltre l'articolo di cui ho detto qualche riga fa, delle robe per un portale e questo mi diverte molto di più. Avrei potuto lasciar morir d'inedia e polvere tutto quanto, però succede già per cose più importanti così ho pensato di lasciar scritto qualcosina.
Intanto, che nessuno ce l'ha con gli umbri. A me gli umbri stan simpatici, fan ridere. I miei amici sono perugini, però, e la canzoncina in folignate era per loro. Per Francesca (Elleffe, Torredavorio) in particolare. Gliel'avevo promessa e non sapevo come mandargliela. Il messaggio del post altro non è che una strofetta d'una canzoncina da stadio. Cantavano infatti gli Irriducibili:
«Lo sai, dicono che
l'amor per te mi fa teppista,
farò in modo che
la faccia mia non sia più vista.
Andrò dove il mio cuor
mi porterà senza paura.
Farò quel che potrò per la mia Lazio...».

Motivetto carino, sull'aria di My way, invece dei soliti canti anni ottanta, tristissimi e pallosi. La curva Sud, in uno dei suoi ultimi barlumi creativi prima di tornare all'«Alè-oh-oh» e prima che l'estrema destra rendesse la rivalità fra i club della Capitale una nota storica, rispondeva:
«Lo sanno tutti che
tu dalla Lazio sei pagato,
ti copri il viso ma
quanno c'hai visto sei scappato.
Nun canti, metti du' stracci
e pensi d'essere 'n inglese:
ma mo' c'hai rotto er cazzo, torna ar paese!».
Non potevate saperlo e magari vi siete fatti un filmino. Beh, tranquilli, è l'ultimo: non ve ne faccio far più. Perché sono annoiato anche dai vostri filmini. Mica è colpa vostra. La responsabilità è mia quando dimentico che chi sa è solo ed esclusivamente chi c'era, che è anche chi può capire. In definitiva, non trovo una singola ragione per continuare a raccontarvi quelle cose e leggere molti commenti assolutamente fuoriluogo. Come in ogni altro aspetto della mia vita, taglio quando il piacere a fare una cosa è minore del disturbo necessario a farla.

He stands like a statue,
becomes part of the machine.
Feeling all the bumpers,
always playing clean.
He plays by intuition,
the digit counters fall.
That deaf dumb and blind kid
sure plays a mean pinball!


Gli amici che avevo rimangono i miei amici: la solita Francesca, Serena ed Andrea e il piccolo Gabriele verso cui ho scoperto d'avere dei doveri che mai avevo sentito prima, Adrix. Quelli della Contea che passan di qui in silenzio, come il Carpa, ma anche amici lontani come Giorgio e Joe Falchetto. Gli elenchi sono una cosa scomoda, dimentichi sempre qualcuno ed immancabilmente ci si offende. Due palle. Evitate di farmelo notare: ho chiesto scusa abbastanza nel recente passato per averne ancora voglia.
Le conoscenze fatte grazie al personaggio qui noto come «dandy» andranno avanti o meno, tanto quanto è successo nell'anno di vita di questo blog. Gente che va, gente che viene, anche gente che fa schifo. Posso presumere che andranno avanti i rapporti con chi ha capito che qui di dandy c'è davvero poco. E' stato il soprannome d'una serata, fu inteso come un insulto. Registrare un nickname «sporco dandy», perché questo mi si disse a causa d'un maglione in cotone color panna, mi pareva oltremodo lezioso.
Nel mare di merda delle cose che ho scritto, salvo qualcosa. Non tutto è marcio. La colonna sonora, di cui leggete qualche passaggio, sono gli Who. Se non li avete riconosciuti, è la dimostrazione che tutto questo non ha senso. Che la comunicazione orizzontale, «vera» e soddisfacente, appagante, è possibile solo fra pari.

Come sto, mi chiede qualcuno. Io non me lo chiedo e vado avanti. Ho altro da fare ed il sole - grazie al cielo - sorge comunque ogni giorno. Uno dei clienti dell'Ourfavoriteshop scrisse qualche tempo fa il testo d'una canzone: «Io sto bene, io sto male...». Io sto bene. Faccio cose piene di senso e molto utilissime, assumo impegni e responsabilità. Io sto male. Aspetto oggettivamente il ritorno di un futuro che non è stato e che tutto lascia intendere che non sarà.
Ma sono testardo e così pigro che, una volta formulata un'idea o resomi conto di qualcosa, difficilmente cambio opinione. Non mi lamento: sono causa del mio male. Per cui, tra gesti privati e slanci castrati, attendo: la miglior creativa io abbia mai conosciuto, che quando si sarà stancata degli stipendi fissi e dell'immutabilità delle giornate, troverà Bettie ad attenderla. Braccia spalancate e nessuna spiegazione richiesta. Una sorta di amnistia, di perdono generale in nome del domani.

Apologies mean nothing
when the damage is done,
but I can't switch off my loving
like you can't switch off the sun.

A proposito, colgo l'occasione per dirvi che le galere sono dei posti orrendi. Che a me non è mai fregato un cazzo di politica e che - nonostante abbia sacrificato gli studi universitari, diversi rapporti con persone splendide e la mia stessa sicurezza fisica per molti anni su quell'altare - non ho alcun rispetto per chi porta acqua con le orecchie. Non ne avevo prima, non ne ho ora, non ne avrò. Sono un individualista e rimango a disposizione solo per nuove prese della Bastiglia. Sì, il pin del mio telefonino è 1792, proclamazione della prima repubblica in Francia, ma i deputati ed i presidenti, le istituzioni democratiche in toto, continuano a non piacermi. Saranno anche il meglio che abbiam trovato per convivere fra esseri umani ma io proprio non trovo interessante che a stabilire come si debba vivere possano essere tutti gli idioti sparsi sul pianeta, o anche solo nel condominio. Molto meglio la Comune, spauracchio di De Gaulle all'alba della liberazione di Parigi. Potrei citarvi Hobbes - quanto ti ho amato, quanto non ti han capito! - o Locke, de Tocqueville e Jefferson, il buon vecchio Nietzsche - e pure qui, secondo me non sapete leggere - e gli utopisti, la Church of the SubGenius, gli anarcosindacalisti come gli anarcocapitalisti erisiani, la truppa di Francoforte, Deleuze, Guattari, Derrida, l'immortale Spinoza. Ecco, spendete due lire e acquistate «Spinoza incula Hegel» di Jean-Bernard Pouy: non si può viver senza.

Adrix, se ti conosco stai canticchiando «Liberare tutti vuol dir...»; bene, io appena termini ti sussurro «Ma chi ha detto che non c'è...». Tu, Chicca, stai gongolando e se sei a casa hai gettato un occhio sul «De Cive»: un'altra delle tante piccole cose che abbiamo scoperto d'avere in comune. Andrea, tu stai sorridendo, e scuoti la testa come sai fare solo tu all'evidenza che certe cose non cambieranno proprio mai. Me, nella fattispecie. Beh, è così. E tu che ci discacci con una vil menzogna, ancora non so il perché ma tutto il Piccolo Popolo ti considera oggi e sempre Banríon. Torna al tuo mondo e compra «La scatola nera» di Amos Oz, sette euro e mezzo, o viceversa. Il libro è fantastico ma le pagine da 39 a 46 avremmo potute scriverle entrambi, o a quattro mani. Meglio a quattro mani.

Out here in the fields
I fight for my meals.
I get my back into my living.
I don't need to fight
to prove I'm right,
I don't need to be forgiven...

Don't cry,
don't raise your eye:
it's only teenage wasteland.

Sally, take my hand.
Travel south crossland,
put out the fire,
don't look past my shoulder.
The exodus is here,
the happy ones are near.
Let's get together
before we get much older.

Teenage wasteland,
it's only teenage wasteland...

Adesso, perdonate tutti, ritorno al futuro.




permalink | inviato da il 5/6/2005 alle 19:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


23 maggio 2005

Con tutto me stesso.

Ma mo' c'hai rotto er cazzo, torna ar paese...




permalink | inviato da il 23/5/2005 alle 13:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa


11 maggio 2005

Sdrucciolevole.

Fa caldo ed è notte. E' sera tardi, più che altro, ma è talmente buio che sembra notte. Saranno le undici. Ci sono solo le luci gialle dei lampioni, quelle verdi e rosse dei semafori. I fari delle auto. Un lampeggiante blu.
Vigili urbani. Solito incrocio fra Mazzini e Angelico, solito incidente fra auto e scooter. Allungo il naso fuori dal finestrino: magari riconosco il mezzo. No, niente. Non è nessuno che conosca. Tiro dritto.
Tiro dritto e mi ricordo che lì ci abitava uno dei miei primi grandi amori. Ero un ragazzino, lei anche più piccola. Una vita fa, insomma. Era tutto discretamente diverso all'epoca. Dopo di noi nessuno avrebbe più giocato per strada: ce lo fecero capire in tutti i modi che il quartiere doveva diventare un pezzo di centro storico ma alla Mole e nelle strade era tutto un campo di calcio, un rincorrersi di bici. Ci ho lasciato chissà quanto sangue su quell'asfalto. Tanto poi la bici se la rubò il Sinti ed il pallone lo portava sempre il tizio con la tenuta completa di Franco Tancredi. Fargli goal, per quanto giocassi libero, era una delle più grandi soddisfazioni della mia vita di allora.
Poi niente, succedono cose che neanche hai il tempo di accorgertene e cambia tutto. prima ti menavi con un tizio perché i maschi si menano, poi lui sta da una parte e tu dall'altra. Questione d'investitura più che di classe, anche perché se è vero che qualche differenza c'era, era molto morbida. Piccola e media borghesia sparsa ovunque, ceti ancora più abbienti verso il fiume. Ma, appunto, stavamo lì. Non è che cambi molto se tu hai un mutuo ventennale e quello ha tre case tra cui un attico su viale Carso. I genitori, poi, non tu. Comunque niente, ti ritrovi che la guerra si fa ancora ma ora è molto, molto più giusta. Prima erano due calci nel cortile di scuola, una presa alla gola davanti al fossato, ora è qualcosa di più. Sì, vabbè, ora non stare ad immaginare chissà che ma dopo un incendio c'era chi girava col ferro nel cassettino della Vespa.
C'era d'aver paura, i cattivi non sapevano chi fosse stato ed ogni testa di buono era un eccellente bersaglio per vendicare. Vendicare solo l'affronto, perché al resto aveva pensato l'assicurazione. Infatti si fecero le blindature coi soldi dei coglioni che pagano l'assicurazione sulla vita e non muoiono mai.
Oddìo, qualcuno è morto ad essere onesto. Non come nei decenni precedenti ma qualcuno le penne le ha lasciate. Dio sa perché. Magari s'era stancato di raccontare sempre le solite cose: e le donne, e la noia, e l'impicci. Ma lui non ce l'aveva un'assicurazione sulla vita e non so se per un suicidio paghino. Ne dubito. Non ricordo se vivesse vicino via Plava o più giù, verso la parrocchia col campo di calcetto sulla circonvallazione. Quella di fronte Edmondo, pe' capisse. Ciò che conta è che era un altro che ci aveva creduto. Aveva creduto a quel mucchio di frottole che ci raccontavamo anche di notte e che - sempre per quello spietato amore d'onestà - qualcosa avevano creato. Solo che lui non era proprio dei *nostri*, era più uno che aveva il fisico e ci dava una mano perché mejo noi de quell'artri. Quando finì tutto - chissà se c'è qualcuno che si accorse del momento esatto in cui finì: io no - ci perdemmo un po' tutti di vista però quelli del cerchio ristretto, quelli che avevano vissuto assieme per anni, tutti i giorni senza vacanze e domeniche, qualcosa ce l'avevamo. Per il resto era il vuoto.
Però, dicevo, anni prima, a cavallo fra quei due momenti della mia vita, c'era stata lei. Era la sorella del mio migliore amico. Due cose patetiche, terribilmente scontate. La categoria del «migliore amico» è una di quelle stronzate che o ti vendono mentre sei incapace di accorgertene o nasce innata; la sorella di questi, poi, è davvero la scelta più imbecille che si possa fare. Ma non lo sapevo, non ancora. Fa parte di quegli insegnamenti che impari quando non servono più.
Un giorno eravamo a casa del padre. Non vi dico dove sennò rosicate. Però era una palazzina tutta intera, con lo studio del padre e l'appartamento della nonna al piano terra e al primo la casa del padre, che era ovviamente divorziato dalla madre. Fra simili ci si trova sempre.
Beh, eravamo lì ed io ero un po' imbarazzato. Parlavamo tantissimo, era bello. Poi lei s'è tirata su l'eterno maglione girocollo blu marina e mi ha mostrato il petto. Due seni piccolissimi e bellissimi, la pelle ambrata come quella del viso. Dio, era una sorta di dea mediterranea, con dei fianchi meravigliosi. Ed era bella, bella in quella sua virginale esposizione. Eppoi vergine ero anch'io.
No, solo io. Perché se nessuno dell'esercito di quanti le battevano i pezzi avevano mai visto più delle mani e del viso che stavano sopra il suo Sì truccato, qualcuno nuda l'aveva vista. Parenti stretti, strettissimi, due. Che in occasioni diverse l'avevano violentata. Me lo disse lì, così, come a dirmi che più di quelle tette non avrei visto in quella occasione. Mi pregò anche di non dir nulla al fratello altrimenti scoppiava una tragedia. Io ero sconvolto. Non era possibile, non era giusto. Era disumano. Imparai lì, una volta per tutte, che il mondo delle donne è molto più grande e pericoloso di quello degli uomini.
Poi, cogliona lei che non voleva sistemare la faccenda. Siete meridionali, e va anche bene l'omertà, ma una bella faida familiare ci sta tutta. Almeno un calcio sui coglioni dell'unico ancora vivo fra i due. Ma neanche la seconda tipa con cui son stato, che era stata violentata dallo zio, si vendicò mai. Si vendicarono entrambe su loro stesse: una usando droghe sempre più strane e l'altra facendo una vita di merda.
Non la sto a menare ancora per tanto ma con lei finì subito e poi scazzai anche con suo fratello, per altri motivi. Lui non seppe mai nulla e neanche voi, in definitiva, sapete niente di quella storia. Per strada non potreste mai dire che è lei, anche perché non so neanche se la riconoscerei io stesso. Il segreto è tenuto, il patto è salvo.
Di lì a qualche anno finì tutto, tutto quanto. La baiaffa di uno, il coltello nei dottori dell'altro, il tipo di borgata che porta un fascio di rose di legno, ben levigate. Tonde alla impugnatura, spigolose in testa. Le ronde, le cene in birreria o in trattoria, le giornate che duravano una settimana intera prima di toccare un materasso per qualche ora. Poi cominciò lo smotttamento.
Avrei voluto usare il termine «sdrucciolevole» in questa cosa perché a te piaceva tanto dirlo, ed era divertente come il modo in cui pronunciavi le T, ma non ho trovato il modo per cui lo uso come titolo.
Fu un vero smottamento, una frana, una valanga. Tutto il mondo che conoscevo, quel mondo di relazioni e comportamenti, scomparì. E non sono ancora riuscito a capire come. Il perché, diciamo che lo attribuisco al naturale passare del tempo.
Ci fu quel vuoto che dicevo, e qualcuno si perse in se stesso o in altre cazzate. Noi giocavamo per strada e per strada non c'era più nessuno: i ragazzini si davano alla Playstation. Mica solo loro, eh, anche i coetanei molluschi che non avevano mai vissuto e che non avevano un cazzo di quella fratellanza che noi avevamo costruito.
Poi boh, oggi non mi ricordo nient'altro. Però è un po' come tu fossi qui, anche oggi che è il compleanno di Maurizio. Fa trent'anni. E non c'è niente di tutto quello che c'era se non noi.




permalink | inviato da il 11/5/2005 alle 12:44 | Versione per la stampa

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